L’Innovazione Sociale nelle Università

Ho conosciuto Marina in uno di quei polverosi convegni accademici sul nonprofit e terzo settore dove: le ovvietà diventano manuali, le citazioni dei primi ministri (in particolare UK, tra i pochi ad avere un ministro ad hoc, Angela Evans Smith) oggetto di elucubrazioni infinite, gli interventi post-presentazione esordiscono tutti, a prescindere, con “thanks for your inputs, very interesting…”.

Sono convegni dove i moderatori delle sessioni non leggono mai i paper; ma dove se ne stampano copie inutili lasciate sui tavoli e sulle sedie. Sono eventi dove puoi scommettere che almeno un ricercatore italiano porterà una “ricerca” sulle cooperative sociali (con dati vecchi di almeno 5 anni), partendo dal censimento delle nonprofit italiane (del 2001!) ed un caso studio irrilevante scientificamente.

Sono occasioni però, dove poter incrociare nuovamente Alex Murdock del Centre for Government & Charity Management – e presentare con lui ricerche sulle differenze dei modelli di social entrepreneurship Italia-UK -, conoscere ricercatori interessanti e comprendere che, malgrado tutto, è vero che l’imprenditoria sociale in l’Italia è ferma al 1991, ma che la tradizione e l’esperienza dei pionieri degli anni ’70-80, a livello internazionale affascina sempre.

Marina Kim è oggi direttrice di Ashoka U, unità operativa del Network Ashoka per lo sviluppo di “new models for higher education, envisioning a day when universities everywhere serve as an enabling environment in which every individual has access to the resources, learning opportunities, role models, and peer community needed to actualize their full potential as changemakers”.
In un articolo-intervista del The Crhonicle, Marina ha detto la sua su How can colleges do more to teach students about important social problems and provide them the tools to tackle them?”

Di interesse alcune riflessioni quali:
“[…] universities focus on knowledge acquisition, but what the world requires is much more about learning how to work within a fast-changing environment […]. The world doesn’t operate in disciplines—its problems and organizations are cross-cutting. The more interdisciplinary people can think and learn[…].

University endowments are down, staff are getting cut, and in some ways it’s not a very good time for higher education. This can make the classroom experience and student leadership opportunities more relevant which can help the students, when they graduate, leave with more practical skills to address the world’s problems. It can also create a competitive advantage for institutions. Just like people want to work for companies they believe in, they want to go to universities that are ready to commit to train the next generation of leaders who can have an impact on society“.

E’ quello che, in piccolo, stiamo proponendo con il progetto iSee (presentato pochi giorni fa a Roma e Torino) in collaborazione con AOS, FakePress, gli studenti delle univ. La Sapienza e Tor Vergata di Roma: studenti di diverse facoltà che si mettono in gioco e toccano con mano cosa c’è al di là del proprio banco, delle finestre dell’aula, del propio percorso formativo. Studenti e docenti che fanno dell’interdisciplinarietà un elemento necessario per contaminare esperienze diverse, generare innovazioni, condividerle e replicarle.

Identificare un bisogno, analizzarlo a fondo, ipotizzare le soluzioni, prototipare modelli e strumenti. Questa è innovazione  sociale, e deve passare anche per le università...scrivo subito a Marina per presentarle iSee …chissà.

Foto: Marina Kim

[Dario Carrera]


2 commenti

  1. Al seguente link potrete visualizzare il servizio dal titolo “L’università attraverso gli occhi degli studenti”, riguardo al concorso organizzato da Laziodisu su come pubblicizzare la propria università

    http://uniroma.tv/?id_video=16322

    Ufficio Stampa di Uniroma.TV
    info@uniroma.tv
    http://www.uniroma.tv

Trackbacks/Pingbacks