Credito al Credito e Credito alle Idee

Come già scritto nei commenti del post relativo al Convegno “Credito al Credito” organizzato da Abi, che ci ha visto tra i partecipanti, putroppo la sessione nel quale ha tenuto l’intervento Dario Carrera non ha avuto la coda delle domande/risposte e dibattito.

Personalmente ho partecipato alla sessione relativa al Credito al non profit. Il fil rouge degli interventi, più che le caratteristiche del terzo settore e l’impegno delle banche nel soddisfare tale domanda, è stato nella maggior parte degli interventi (Biggeri di Banca Etica, Gavi di Unicredit, Morganti di Banca Prossima) come includere negli attuali processi di rating/valutazione anche componenti non esclusivamente economiche.

Argomentazioni ed esperienze segnalate da Biggeri e Morganti sono state decisamente più convincenti, infatti, alcuni dei parametri considerati dalle loro banche sono, ad esempio il capitale sociale e cognitivo delle organizzazioni. La principale questione sul tavolo è stata arrivare a definire uno standard condiviso per le organizzazioni non profit che integri le disposizioni del nuovo protocollo Basilea 3 con tutti quei parametri extra economici che rendono particolari le organizzazioni non profit. Da notare i casi Banca Prossima e Banca Etica (gli unici due istituti bancari che erogano crediti quasi esclusivamente al terzo settore: B.P. al 100%, B.E. circa l’85%): i tassi di sofferenza finora riscontrati sono bassissimi (0.44 e 0.40); pertanto aver incluso anche altri asset e parametri nelle valutazioni di finanziamento si è rivelato efficace.

Si sono presentate due esperienze in start up di borsa sociale: quella di Avanzi e quella della Social Stock Exchange di Londra. Nelle due presentazioni i rispettivi responsabili evidenziavano la capacità di includere nella valutazione di collocazione dei titoli pressoché tutti i criteri già citati nella prima sessione. Ho constatato nuovamente la maggior apertura di soggetti inglesi sul tema del social business: non conta più la natura giuridica, interessano solo i processi, i settori di intervento e la sostenibilità delle organizzazioni. Del resto credo che siano questi i criteri che possanno attrarre maggiormente un potenziale investitore sociale che si affaccia sul mercato del social investment.

La sessione di The Hub Roma, terminata senza dibattito, mi ha costretto a ricacciarmi in gola una domanda/provocazione. Ho ascoltato, anche in questo caso, espliciti inviti/riferimenti sull’inclusione nel rating di dati extra economici o di qualità (dall’interessante intervento di Camilla Casciati che citava Draghi sull’impresa meritevole, da Carneade di MPS sui prestiti alle imprese di “qualità” sino all’esperienza di prestiti “p2p” di Prestiamoci) e approfittato per far un salto a sbirciare anche la sessione sui finanziamenti alle start up. Sono arrivato solo sul finire dell’intervento relativo al Venture Capital di Abi, ma ho ascoltato con interesse l’intervento di Valentina Bocca del fondo VentureTT: nonostante il quadro confortante che le slide tracciavano su ricerca e innovazione in Italia, Valentina a voce citava anche i modestissimi dati economici delle start up e delle spin off universitarie finanziate.

Ecco, la mia domanda era: è chiarissimo il bisogno di un cambio di paradigmi, ma qui serve un ulteriore salto culturale e passare dai finanziamenti al terzo settore – piuttosto che alle start up o alle PMI – a finanziare un sistema competitivo. Il rischio è quello di continuare a finanziare un terzo settore residuale al pubblico (anche nel caso che il welfare sia sempre più demandato alle non profit), PMI in deficit d’innovazione e start up con zero capacità di internazionalizzazione. Sono le banche a dover sostituire una politica senza visione, competenze, risorse economiche: il loro ruolo è quello di far crescere le eccellenze (economiche, sociali) del nostro paese finanziando talento, idee, coesione sociale. Nell’ultima edizione di un libro su Adriano Olivetti, l’autore, Paolo Bricco, avanza la tesi che Cuccia, deus ex machina di Mediobanca, non fece nulla per salvare dalla scure dei tagli le attività di ricerca sull’elettronica della Olivetti nel biennio 1963-65. Secondo Bricco, Cuccia probabilmente non intuì che il nascente comparto dell’elettronica sarebbe potuto essere il nuovo settore di sviluppo trainante per il nostro sistema paese. Oggi credo proprio che non ci si possa permettere nemmeno di essere sfiorati dal dubbio che il sistema finanziario italiano agirebbe nuovamente in tale modo; tuttavia, parafrasando Bertolt Brecht, che cosa finanziamo se finanziamo imprese che non cambiano il mondo?

[Ivan Fadini]