Bitcoin, la moneta digitale a prova di censura

Di grande interesse l’articolo del ricercatore Jerry Brito, del Mercatus Center (Texas), pubblicato su techland.time.com (lo trovate qui).

Vi ricordate del congelamento dei conti correnti di WikiLeaks, che impedirono ai donatori di supportare l’organizzazione di Assange? Paypal addirittura ne bloccò l’account, impedendogli di accedere ai fondi già a loro disposizione. Per molti fu un atto di forza ingiustificato, per alcuni una corretta precauzione. Il tema è: possono gli intermediari finanziari decidere per noi?

Poniamo che i Liberi Nantes lancino una campagna di crowdfunding  per finanziare i lavori di spogliatoi e campo da gioco; e poniamo che, dato il periodo “caldo”, qualche istituzione decida di additare l’associazione come una setta di clandestini che riempirà di moschee la città, campo da gioco compreso. Il conto corrente sarebbe congelato e tutte le donazioni bloccate. Quali alternative legali avremmo per sostenerli comunque (magari per le spese legali), se ci trovassimo dall’altra parte del mondo rispetto a Roma?

La moneta virtuale non è una novità: pensate a Facebook Credits (che conoscerete), Microsoft Points (di Xbox Live e dello Zune store), o ad altre esperienze di denaro on-line, quali Flooz, Beenz, e-gold (quest’ultima chiusa dal FBI). C’è sempre bisogno di un intermediario che sia garante della transazione.

Bitcoin, invece, è un progetto open source del 2009, di Satoshi Nakamoto. Una moneta digitale ed anonima che distribuisce la base dati di tutte le transazioni attraverso una rete peer-to-peer. Questo permette di operare tutti i trasferimenti, evitando intermediazioni e senza un’autorità centrale che detti il valore del Bitcoin. Questo rende i Bitcoin una moneta cash a tutti gli effetti. Come si legge sul wiki di riferimento:
Bitcoin è sviluppato attorno all’idea dell’uso della crittografia per controllare la creazione e il trasferimento di moneta, invece di appoggiarsi ad autorità centrali. I trasferimenti sono irreversibili. E’ al sicuro dall’instabilità causata dal frazionamento delle riserve e dalle banche centrali. La limitata inflazione del sistema di distribuzione Bitcoin è distribuita uniformemente attraverso il network e non è monopolizzata dalle banche”.

Evidentemente, le criticità ci sono. Ipotizziamo che, proprio per la possibilità di anonimato, s’incorra in transazioni illegali, favorendo – come per e-gold – riciclaggio di denaro. Bitcoin è un progetto open source e il database è presente in tutta la rete peer-to-peer creata dai suoi utenti: non ci sono ditte in cui fare irruzione, da citare in giudizio o far chiudere. Anche se mettessero offline il sito o rimuovessero il software (attualmente ospitato su sourceforge), la moneta e le sue transazioni continuerebbero a funzionare esattamente come prima. Fermare uno degli individui che compone il sistema peer-to-peer avrebbe un impatto minimo sul resto della rete.

La Electronic Frontier Foundation definisce Bitcoin “una moneta digitale a prova di censura”. Il suo valore di mercato è stimato per 5milioni di dollari.

Io intanto, per iniziare, destino il 5×1000 ai Liberi Nantes…