Aria di casa

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Vi ricordate di Sammy Barbot, quello che cantava “Aria di casa mia, aria di libertà”? Era il 1981 ed io me ne stavo ancora all’asilo. Probabilmente è stato il primo afroamericano in cui mi sono imbattuto. Magari lo chiamavo negro… tanto da queste parti eravamo ancora lontani dal politically correct. 2009, nel frattempo anche a casa nostra si respira aria di libertà (anche se secondo qualcuno viziata), i negri sono gli extracomunitari, i migranti o sempre i negri.

Voglio parlare di casa nostra. Un po’ perché curiosamente i fondatori dell’hub romano rappresentano tutto lo stivale – chi scrive è polentone e poi c’è il terrone e infine la romana – e soprattutto perché in questi giorni sono usciti 2 rapporti.

Il primo è il report sullo sviluppo umano 2009 dello Undp che colloca l’Italia al diciottesimo posto.  Il risultato più lusinghiero è nell’aspettativa di vita (VI posto), mentre registra performance meno brillanti nell’istruzione e decisamente deficitarie nelle pari opportunità. Infine l’Italia ha un tasso di immigrazione consistente ma molto inferiore ad altri paesi europei sul lungo periodo.

Un secondo studio, pubblicato dall’Anci, fotografa i comuni italiani nel 2008. Tra le altre cose siamo un paese in cui l’immigrazione è cresciuta molto negli ultimi 5 anni (i residenti sono passati dal 2,7% al 5,8%), in cui le donne sindaco sono solo il 10,7% sul totale.  La tendenza demografica vede al nord un tasso di natalità superiore a quello del sud, grazie a una maggiore presenza di cittadini immigrati.

Insomma, tra una decina d’anni Sammy Barbot potrebbe cantare aria di casa mia senza alcun senso di straniamento. Ad ogni modo, qualsiasi siano i dati e gli indicatori, il nostro paese appare nella sua interezza come un paese anziano, sempre più bisognoso dell’apporto di donne e migranti.

Il terzo settore, in questo senso, ha dimostrato di essere una chiave dell’Italia presente e di quella futura: ampia percentuale di lavoratrici, focus sull’integrazione, elevata presenza di giovani. Potremmo dire che mai come in questo caso il nostro paese sarà il risultato dell’operato, dei valori e delle idee della società civile organizzata.

Noi crediamo che The Hub possa essere un piccolo pezzo di questo processo grazie alla naturale vocazione di connettore. Chiediamo ai nostri visitatori di postare ciò che per loro è The Hub nella pagina omonima. Cosa può fare per un paese in ritardo, che cambia benché sia refrattario ad alcuni cambiamenti? Io e le altre persone, mettendo le nostre energie, vorremmo semplicemente che accogliesse la sfida e che porti il terzo settore a liberare le proprie potenzialità, favorendo un evoluzione che apporti concretamente sviluppo umano. Anche qui a Roma. E voi?