A proposito di banche: gli amici del giaguaro

Anche l’associazione The Hub Roma, come tutti prima o poi, si è trovata di fronte al problema di aprire un conto corrente bancario. Noi siamo tra quelli che ci facciamo qualche domanda già quando entriamo al supermercato, figuriamoci quando dobbiamo pensare ai nostri (pochi) soldi che ci sembrano un tesoro con il quale dare il nostro contributo per fare qualcosa di buono, per noi e per gli altri.

Il dilemma, molto conflittuale, ci ha tenuto in ballo a lungo: maggiore etica oppure le migliori condizioni economiche, piuttosto che la qualità del servizio o una capillare rete di sportelli su Roma. Insomma, è stato decisamente difficile salvare capre e cavoli. Lo stesso giorno che abbiamo deciso di affidarci a un certo istituto, ci salta all’occhio un annuncio, con relativa presentazione di un nuovo servizio che già aleggiava nell’aria da alcuni mesi, da parte di un importante istituto bancario.

Tale istituto, di cui non citiamo il nome perché vogliamo evitare pubblicità, proteste o prese di posizione nette nei suoi confronti, perché in fondo ci auguriamo che possa funzionare e contribuire a dare un positivo impatto socioeconomico, lancia una gamma di servizi e prodotti dedicati al terzo settore. Anzi, più propriamente al no profit, come dicono loro.

La genialità consiste nel creare, citiamo dall’articolo apparso sul magazine Vita, la figura dell’amico del non profit che, sempre secondo tale fonte, potrebbe essere un pensionato. Ecco, precisiamo di non avere pregiudizi verso tale categoria, tutt’altro. Ci auguriamo che facciano volontariato, contribuiscano all’educazione, al trasferimento di competenze e via dicendo. Ma che senso ha impiegare una figura non inquadrata professionalmente nell’erogazione di un servizio che, al contrario, richiede un elevato grado di professionalità? Potremmo aggiungere: in un paese che costruisce il proprio welfare sulle pensioni, contraddistinto dagli scarsi indici di impiego di personale laureato e giovane, è lungimirante la scelta di incentivare strategie di invecchiamento attivo?

Il terzo settore, come già detto, è contraddistinto da un’ampia presenza di lavoratori giovani, così come da alcune organizzazioni di seniores che, dopo aver spesso lavorato nelle imprese for profit, una volta andati in pensione scoprono l’impegno sociale. Non è il luogo per giudicare i risultati di questi arzilli nonni… piuttosto, cara banca, perché non pensare di specializzare giovani già formati? perché  trattare il terzo settore come quelli con le pezze al c… a cui poter rifilare il nonnetto bonario? Il terzo settore vuole e soprattutto ha bisogno di professionalità, altrimenti, più che mai, vale il famoso adagio: “Dio mi guardi dagli amici che ai nemici ci penso io”! Urgerebbe, a  tal proposito, un bello sketch degli amici del giaguaro… così forse anche negli uffici di CSR, qualcuno può scoprire che non siamo più i giaguari di una volta.