Muhammad Yunus @ The Hub Vienna

19 05 2010

foto di di Matthias Brandstetter

L’11 maggio il neonato Hub di Vienna ha ospitato Muhammad Yunus in occasione del Social Business Tour.

In compagnia del Premio Nobel: Michael Meyer (NPO Institut), Werner Binnenstein-Bachstein (Caritas), Sava Dalbokov (good.bee), Alexis Eremia (emersense), Hans Reitz (Grameen Creative Lab), Nikolaus Spieckermann-Hutter (3TS Capital Partners) e Jonathan Robinson (Hub World).

Per le altre foto dell’evento, a cura di Matthias Brandstetter, cliccate qui

[Dario Carrera]



Mostri vs alieni, ovvero banche vs imprenditori sociali

5 02 2010

(Immagine da globalamusement.org/)

Non tutti sanno che banche come la Royal Bank of Scotlad o la Lloyds sono di proprietà del Governo. Durante la “Social Enterprise Coalition annual conference Voice10″, Caroline Mason, membro della Social Enterprise Coalition (l’organizzazione ombrello di imprese sociali inglesi, gallesi e scozzesi) e direttrice di Investing for Good (impresa sociale che finanzia progetti sociali e ambientali), ha richiamato con forza una maggiore attenzione da parte di queste banche verso le social enterprise in UK. Provocatoriamente si è così espressa:

The government owns two of the largest banks in the UK and is insuring the rest[...].  To the social sector, investment bankers are awful, evil greedy monsters rampaging through the world, causing crushing havoc and destruction as they go.
To the finance sector, the social enterprise world is inhabited by aliens, speaking a completely unintelligible language, with utterly unrecognisable and strange ways of doing things, and frankly the complete inability to know one end of a spreadsheet from another”
.
(Fonte: socialenterpriselive.com)

Insomma una impasse che potrebbe risolversi solo con la nascita – afferma Caroline – di imprese sociali quali intermediari finanziari, proprio come la sua.
Interessanti anche gli altri interventi, dal direttore di ResPublica, Phillip Blondche al segretario generale di Cooperatives UK, Ed Mayo – che potrete approfondire e commentare qui-.

Il vuoto di strumenti, modelli e attori di social venture capital come visto è sempre attuale e non appartiene solo all’imprenditoria sociale nostrana. Proprio da noi ci han provato:
- le MAG, resistendo con Mag 2 (Milano), Mag 4 Piemonte (Torino), Mag Venezia, Mag 6 Emilia Romagna (Reggio Emilia), Mag Roma,
-le Fondazioni bancarie (tema apertissimo, basti pensare agli articoli del Sole24Ore del Prof. Roberto Perotti sulla sua‘indagine sulle Fondazioni bancarie)
-la prima società italiana di Venture Capital Sociale, Oltre Venture; la prima, ma anche l’unica.

Le buone iniziative comunque non mancano, eccetto quelle consolidate come Acumen Fund e Good Capital (tra i co-fondatori di The Hub Bay Area), segnalo:
-la Social Stock Exchange tedesca

- quella londinese di Mark Campanale

Towards a Social Stock Exchange.

- la Borsa Sociale di Avanzi in Italia


Tutte al vaglio…ma per quanto ancora?
[Dario Carrera]



Film Voices vince il Kublai Award 2010

2 02 2010

“Mentre nel nord Europa è piuttosto comune trovare nei cinema il sistema di audiodescrizione per non vedenti (che prevede l’utilizzo di cuffie senza fili sincronizzate alla pellicola con un segnale digitale), in Italia questo tipo di ausili è ridotto ad alcune sporadiche seppur importanti iniziative come la rassegna cinematografica Cinema Senza Barriere a Milano” o a Trento, con ” l’unica cineteca audio presente in Italia”. Da qui parte il progetto Film Voices, curato da Ottavia Spaggiari e dal team che si è aggiudicato il Kublai Award 2010.

“…molto spesso le audiodescrizioni non sono ottimali, poichè il non vedente non viene coinvolto nella loro realizzazione. Il mio progetto prevede una sinergia tra persone vedenti e non vedenti per l’elaborazione di audiodescrizioni efficaci che possano restituire il senso dell’immagine. Il cinema stesso dopotutto nasce dalla scrittura.
Una buona sceneggiatura permette al regista la propria visione della storia, così come una buona audiodescrizione permetterà allo spettatore non vedente, una propria visione delle immagini” (via Kublai).
Per approfondire eccovi il documento di descrizione del progetto: FilmVoices.pdf

Noi ci eravamo, ed abbiamo dato il nostro contributo nella sessione”Contenuti e contenitori”sul tema degli spazi per la creatività – in collaborazione col progetto Visioni Urbane della Regione Basilicata, intervistati da Tito Bianchi e Rossella Tarantino ed in compagnia di Alberto Masetti-Zannini dall’Hub di Milano , invitato come giurato per la premiazione.

Con Alberto abbiamo condiviso la mancata presenza degli attori capaci di far decollare questi progetti, renderli “bancabili”, sostenibli nel tempo, soprattutto finanziariamente.

Alcune idee vincenti ci sono, le competenze anche.
Manca ancora una leva finanziaria coraggiosa, che riesca a comprendere che il futuro – anche per loro – è già arrivato, e passa da queste iniziative.
Il rischio è aspettare di importare – come spesso accade – modelli e strumenti senza contestualizzarli adeguatamente o limitarsi a iniziative di filantropia per un’innovazione sociale che di social venture capital, business angels e intermediari finanziari ad hoc, deve ancora sentirne parlare…almeno in Italia.

[Dario Carrera]


UK: l’ethical consumerism triplicato in 10 anni

25 01 2010

Il rapporto annuale della Co-operative Bank sull’ethical consumerism, misura la spesa relativa a prodotti etici in UK, in particolare relativi al fair trade.
Vincenzo Comito riprende su Finasol.it un articolo del The Guardian, del 30 Dicembre scorso di Rebecca Smithers, analizzandone i dati salienti.

- L’ethical consumerism è triplicato nell’ultimo decennio in UK, mentre quella generale dei consumi del paese è aumentata nel periodo del 58%.
- La spesa per i prodotti etici si collocava in totale ad un livello di 13,5 miliardi di sterline nel 1999 ed è cresciuta sino a 36 miliardi dieci anni dopo.

- La spesa media per ogni famiglia è così aumentata nel periodo da 241 a 735 sterline ed oggi, secondo la ricerca, un adulto su due del paese afferma di aver fatto almeno un acquisto di prodotti etici nel 2008.

La ricerca sottolinea peraltro come la quota dei consumi etici su quelli totali  del paese – pari nel 2008 a 891 miliardi di sterline – rappresenti ancora una percentuale molto ridotta, anche se in rilevante crescita nel tempo.
La spesa per prodotti fair trade era stata pari a 22 milioni di sterline nel 1999 ed è cresciuta sino a 635 milioni dieci anni dopo – quindi con una dinamica di incremento molto superiore a quella generale dei prodotti etici – mentre le previsioni per il 2010 parlano di una cifra che dovrebbe collocarsi intorno ad 1 miliardo di sterline.
Con queste cifre la Gran Bretagna si tende indubbiamente a collocare tra i paesi di punta per lo sviluppo del fenomeno.

Da segnalare che la Co-operative Bank è stata la prima organizzazione a sostenere il concetto di commercio equo e solidale 15 anni fa in Gran Bretagna, cominciando già allora ad inserire i  prodotti del settore nella sua rete di supermercati. Nell’ambito dei prodotti etici hanno avuto nel periodo una forte crescita nel paese in particolare anche le vendite dei prodotti “verdi” per la casa.

[via Finasol.it]

[Dario Carrera]


A proposito di banche: gli amici del giaguaro

22 10 2009

Anche l’associazione The Hub Roma, come tutti prima o poi, si è trovata di fronte al problema di aprire un conto corrente bancario. Noi siamo tra quelli che ci facciamo qualche domanda già quando entriamo al supermercato, figuriamoci quando dobbiamo pensare ai nostri (pochi) soldi che ci sembrano un tesoro con il quale dare il nostro contributo per fare qualcosa di buono, per noi e per gli altri.

Il dilemma, molto conflittuale, ci ha tenuto in ballo a lungo: maggiore etica oppure le migliori condizioni economiche, piuttosto che la qualità del servizio o una capillare rete di sportelli su Roma. Insomma, è stato decisamente difficile salvare capre e cavoli. Lo stesso giorno che abbiamo deciso di affidarci a un certo istituto, ci salta all’occhio un annuncio, con relativa presentazione di un nuovo servizio che già aleggiava nell’aria da alcuni mesi, da parte di un importante istituto bancario.

Tale istituto, di cui non citiamo il nome perché vogliamo evitare pubblicità, proteste o prese di posizione nette nei suoi confronti, perché in fondo ci auguriamo che possa funzionare e contribuire a dare un positivo impatto socioeconomico, lancia una gamma di servizi e prodotti dedicati al terzo settore. Anzi, più propriamente al no profit, come dicono loro.

La genialità consiste nel creare, citiamo dall’articolo apparso sul magazine Vita, la figura dell’amico del non profit che, sempre secondo tale fonte, potrebbe essere un pensionato. Ecco, precisiamo di non avere pregiudizi verso tale categoria, tutt’altro. Ci auguriamo che facciano volontariato, contribuiscano all’educazione, al trasferimento di competenze e via dicendo. Ma che senso ha impiegare una figura non inquadrata professionalmente nell’erogazione di un servizio che, al contrario, richiede un elevato grado di professionalità? Potremmo aggiungere: in un paese che costruisce il proprio welfare sulle pensioni, contraddistinto dagli scarsi indici di impiego di personale laureato e giovane, è lungimirante la scelta di incentivare strategie di invecchiamento attivo?

Il terzo settore, come già detto, è contraddistinto da un’ampia presenza di lavoratori giovani, così come da alcune organizzazioni di seniores che, dopo aver spesso lavorato nelle imprese for profit, una volta andati in pensione scoprono l’impegno sociale. Non è il luogo per giudicare i risultati di questi arzilli nonni… piuttosto, cara banca, perché non pensare di specializzare giovani già formati? perché  trattare il terzo settore come quelli con le pezze al c… a cui poter rifilare il nonnetto bonario? Il terzo settore vuole e soprattutto ha bisogno di professionalità, altrimenti, più che mai, vale il famoso adagio: “Dio mi guardi dagli amici che ai nemici ci penso io”! Urgerebbe, a  tal proposito, un bello sketch degli amici del giaguaro… così forse anche negli uffici di CSR, qualcuno può scoprire che non siamo più i giaguari di una volta.



La voglia di etica ci rende euforici

22 10 2009

Anthony-Browne-My-Dad-ill-004“My Dad ill” di Anthony Browne

“[...] Il 92% degli italiani ritiene fondamentale o importante che la propria banca sia trasparente nell’indicare i settori in cui investe, l’81,2 % considera essenziale o importante che la propria banca investa una parte degli utili in progetti sociali o ambientali, mentre il 73,9% reputa fondamentale o importante che la propria banca non investa nel settore delle armi“. Sono questi alcuni dei dati più significativi che emergono dalla Ricerca “Voglia di Etica, cittadini, banche e finanza in tempi di incertezza” curata da Demos&Pi per Banca Etica e presentata a Roma. Dallo studio – supervisionato dal Prof. Ilvo Diamanti – emerge con chiarezza la voglia di etica e il desiderio dei cittadini di potersi affidare ad istituti di credito che sappiano garantire attenzione non solo ai profitti ma anche alla sostenibilità socio-ambientale dell’operato loro e delle imprese che finanziano. Un desiderio che, per ora, si traduce in azione e scelta di consumo concreta per una minoranza di segmenti sociali (giovani, persone con scolarizzazione più elevata, etc.) ma che tuttavia sono in costante crescita.

La ricerca ha messo in luce un atteggiamento ambivalente degli italiani nei confronti della banche: se il 68% degli italiani le ritiene importanti per lo sviluppo del Paese, ma ben il 65% afferma che “quelle oneste sono davvero poche”.  Gli italiani mostrano anche uno spiccato senso di “realismo” connotato anche da tratti di pessimismo: il 75,2% afferma che fino a oggi lo spazio per l’etica nel mondo dell’economia e della finanza è stato poco o nessuno, e solo il 26,5% si dice convinto che il superamento della grave crisi economica e finanziaria in corso poterà a una finanza “più giusta e rispettosa dei bisogni dei risparmiatori e degli investitori”».

Da Finansol.it

[Dario Carrera]