SoleRebels, le calzature di gomma (da strada)

6 09 2010

500 paia di scarpe prodotte al giorno, 45 impegati a tempo pieno, obiettivo per il 2010: superare i 400mila euro di fatturato (fonte: IL, n.22, settembre 2010, p. 24).
Sono i numeri di SoleRebels, una “casa-fabbrica” di calzature etiope fondata dalla giovane Bethlehem Tilahun Alemu.

Centinaia di modelli diversi certificati Fair trade, tutti derivati dal recupero di vecchi pneumatici di auto e camion. I prezzi variano dai 30 ai 60 euro circa. Un mercato in espansione grazie alle vendite online (via Amazon). I dipendenti sono retribuiti tra 1,80 euro al giorno (apprendisti) e 10 euro al giorno (per gli artigiani esperti), “good wages by local standards”(fonte: The Guardian,Sunday 3 January 2010).

In un intervista al The Guardian (Sunday 3 January 2010)., Alemu afferma: “People buy soleRebels because they are good, not just because they are green or from Ethiopia. Our product speaks for itself.” Ed ancora “In Ethiopia we have become used to taking money from the west, to always getting help. That does not make for a sustainable economy. We need to solve our own problems.”


[Dario Carrera]



Tre social newtork (e mezzo) per imprenditori sociali

1 09 2010

Uno dei princìpi fondamentali dell’innovazione sociale è la collaborazione tra le persone. Come abbiamo gia’ scritto, anche Bill Drayton, fondatore di Ashoka, definisce l’imprenditoria sociale come “a community of leading social entrepreneurs working together”.

E allora dove si trovano online gli innovatori sociali? Potete iniziare da questi tre network.

UnltdWorld potrebbre essere l’ equivalente online piu’ vicino a The Hub. E’ un social network tramite cui imprenditori sociali da ogni parte del mondo possono connettersi gli uni agli altri, trovare nuove opportunita’ di lavoro e partnership, organizzare comunita’ e sviluppare nuovi progetti.

Open Architecture si dedica a ridefinire il ruolo dell’ architettura qualche strumento per il cambiamento sociale e il miglioramento della vita delle persone. Con piu’ di 15mila iscritti, il network sostiene la necessita’ di una architectural revolution”; e’ un progetto di Architecture for Humanity, un’ organizzazione nonprofit che opera in piu’ di 25 paesi con oltre 60 progetti fondata nel 1999 dal geniale Cameron Sinclair, vincitore del TED Prize 2006.

Utilizzare il design quale driver di innovazione sociale e’ anche la missione di Design21. Il network e’ un progetto della societa’ Felissimo in collaborazione con l’ Unesco.

I precedenti tre erano i “social network”,  questo e’ il “mezzo”: Social Edge, un network di blog sull’innovazione e l’imprenditoria sociale. Non un vero e proprio social network quindi, ma senza dubbio, con i suoi oltre 60 blog, curati dagli stessi imprenditori sociali, uno dei piu’ importanti spazi di conversazione online su questi temi. Social Edge, e’ un progetto della Skoll Foundation, l’organizzazione fondata nel 1999 dal multimiliardario Jeff Skoll, impiegato numero 1 di eBay di cui poi ne divenne il presidente.

[via The Hub Milano]



Wangari Maathai

26 06 2010

wangari maathai the hub roma E’stata la prima donna cetrafricana:

-a conseguire una laurea (1971, Università di Nairobi, in biologia);
-ad ottenere una cattedra alla Facoltà di Veterinaria (per i 6 anni successivi) e pretendere, con successo, la stessa retribuzione dei suoi colleghi uomini ma con il titolo “professore maschio onorario”;
-a fondare il Green Belt Movement (1977), associazione ambientalista che ha piantato oltre 40 milioni di alberi in Kenya, (ma anche Etiopia, Tanzania, Uganda, Malawi, Zimbabwe) per combattere l’erosione della terra (ahimè i rapporti annuali si fermano al 2007);
-a presiedere il Consiglio nazionale delle donne del Kenya, (1981-1987);
-a prendere il Premio Nobel per la Pace (2004).

Un articolo di IL (inserto del Sole24Ore, n.21, p.94) ha solleticato il mio archivio mentale, sezione “persone che stanno cambiando il mondo”. Nella bella intervista, fatta in occasione di una conferenza a Bologna a cui la stessa Wangari Maathai ha partecipato (e dove ha presentato il suo ultimo libro “La Sfida dell’Africa“), alcuni passaggi sono di grande interesse. Tra questi:
-Una forma di ribellione è piantare alberi.

-I danni incalcolabili del colonialismo hanno portato ad uno stato africano “fittizio”. Un “insieme disomofìgeneo di micro-nazioni che le potenze coloniali hanno costretto assieme in una singola macro-nazione. Il Kenya è formato da 42 micro-nazioni, la Nigeria da 250, il Cameroon da almeno 200″.

-”Kenya” si chiama così perchè nel 1849 due esploratori tedeschi “chiesero alla loro guida (che trasportava una zucca) come si chiamasse quella montagna”. Pensando si riferissero alla zucca, la risposta fu kii-nyaa. “Gli europei hanno rinominato tutto quello che hanno incontrato creando un vero scisma nella nostra mente.”
-Il colonialismo non è finito! I grossi appalti, diritti di sfruttamento delle materie prime e di deforestazione “oggi sono in mano ai cinesi. Sono loro i nuovi colonizzatori”.

Prossimi progetti? Piantare un miliardo di alberi.

“Io lo faccio per i vosri figli. Mica per me che ho passato i settanta”.

[ Dario Carrera ]



Muhammad Yunus @ The Hub Vienna

19 05 2010

foto di di Matthias Brandstetter

L’11 maggio il neonato Hub di Vienna ha ospitato Muhammad Yunus in occasione del Social Business Tour.

In compagnia del Premio Nobel: Michael Meyer (NPO Institut), Werner Binnenstein-Bachstein (Caritas), Sava Dalbokov (good.bee), Alexis Eremia (emersense), Hans Reitz (Grameen Creative Lab), Nikolaus Spieckermann-Hutter (3TS Capital Partners) e Jonathan Robinson (Hub World).

Per le altre foto dell’evento, a cura di Matthias Brandstetter, cliccate qui

[Dario Carrera]



L’Innovazione Sociale nelle Università

6 05 2010

Ho conosciuto Marina in uno di quei polverosi convegni accademici sul nonprofit e terzo settore dove: le ovvietà diventano manuali, le citazioni dei primi ministri (in particolare UK, tra i pochi ad avere un ministro ad hoc, Angela Evans Smith) oggetto di elucubrazioni infinite, gli interventi post-presentazione esordiscono tutti, a prescindere, con “thanks for your inputs, very interesting…”.

Sono convegni dove i moderatori delle sessioni non leggono mai i paper; ma dove se ne stampano copie inutili lasciate sui tavoli e sulle sedie. Sono eventi dove puoi scommettere che almeno un ricercatore italiano porterà una “ricerca” sulle cooperative sociali (con dati vecchi di almeno 5 anni), partendo dal censimento delle nonprofit italiane (del 2001!) ed un caso studio irrilevante scientificamente.

Sono occasioni però, dove poter incrociare nuovamente Alex Murdock del Centre for Government & Charity Management – e presentare con lui ricerche sulle differenze dei modelli di social entrepreneurship Italia-UK -, conoscere ricercatori interessanti e comprendere che, malgrado tutto, è vero che l’imprenditoria sociale in l’Italia è ferma al 1991, ma che la tradizione e l’esperienza dei pionieri degli anni ‘70-80, a livello internazionale affascina sempre.

Marina Kim è oggi direttrice di Ashoka U, unità operativa del Network Ashoka per lo sviluppo di “new models for higher education, envisioning a day when universities everywhere serve as an enabling environment in which every individual has access to the resources, learning opportunities, role models, and peer community needed to actualize their full potential as changemakers”.
In un articolo-intervista del The Crhonicle, Marina ha detto la sua su How can colleges do more to teach students about important social problems and provide them the tools to tackle them?”

Di interesse alcune riflessioni quali:
“[...] universities focus on knowledge acquisition, but what the world requires is much more about learning how to work within a fast-changing environment [...]. The world doesn’t operate in disciplines—its problems and organizations are cross-cutting. The more interdisciplinary people can think and learn[...].

University endowments are down, staff are getting cut, and in some ways it’s not a very good time for higher education. This can make the classroom experience and student leadership opportunities more relevant which can help the students, when they graduate, leave with more practical skills to address the world’s problems. It can also create a competitive advantage for institutions. Just like people want to work for companies they believe in, they want to go to universities that are ready to commit to train the next generation of leaders who can have an impact on society“.

E’ quello che, in piccolo, stiamo proponendo con il progetto iSee (presentato pochi giorni fa a Roma e Torino) in collaborazione con AOS, FakePress, gli studenti delle univ. La Sapienza e Tor Vergata di Roma: studenti di diverse facoltà che si mettono in gioco e toccano con mano cosa c’è al di là del proprio banco, delle finestre dell’aula, del propio percorso formativo. Studenti e docenti che fanno dell’interdisciplinarietà un elemento necessario per contaminare esperienze diverse, generare innovazioni, condividerle e replicarle.

Identificare un bisogno, analizzarlo a fondo, ipotizzare le soluzioni, prototipare modelli e strumenti. Questa è innovazione  sociale, e deve passare anche per le università...scrivo subito a Marina per presentarle iSee …chissà.

Foto: Marina Kim

[Dario Carrera]




Hub World Gathering 2010

25 02 2010

Siamo appena tornati dall’Hub Gathering 2010 che si è tenuto ad Amsterdam, di cui vi abbiamo accennato nel precedente post. Ci sarebbero tantissime cose da dire, a partire dalla splendida accoglienza che Tatiana e Frederike, le fondatrici di Hub Amsterdam ci hanno riservato. Ci sarebbero le ore trascorse nell’Hub di Amsterdam. Ma soprattutto c’è stato il gathering.

A primo acchito sembrava una gita: una trentina di persone che si ritrova alla Central Station per prendere il traghetto e poi l’autobus per arrivare in un castello del XIV secolo. La temperatura ci ha fatto subito credere che non sarebbe stato uno scherzo, ed una volta arrivati lì ci siamo tuffati in ritmi intensi. Meeting plenari che si concludevano alle 23, poi un paio d’ore di relax e networking al bar. Gruppi di lavoro paralleli anche a pranzo e cena. Insomma, una faticata… e poi in piedi presto perché si stava in camerate da 6 con un solo bagno.

A parte questo, nel merito sono stati 3 giorni intensissimi. Immaginate cosa possa voler dire mettere a confronto 64 teste, per di più provenienti da tutte le parti del mondo. C’erano i fondatori di Hub già aperti, come Madrid, San Paolo e Mumbai, quelli in start up come noi, alcuni investitori più legati al progetto, alcuni membri storici e alcuni host (in massa da Londra), membri del board e membri esterni della rete come il Centre for Social Innovation di Toronto.

Grazie allo splendido lavoro di Peter e Arjen, i due facilitatori, abbiamo discusso per 3 ragioni di passato, presente e della vision futura. Approfondito la situazione finanziaria e soprattutto la governance di Hub World. Su quest’ultimo aspetto siamo stati molto vicini alle proposte e al lavoro di alcuni fondatori storici quali Alberto (Milano), Tatiana (Amsterdam), Max (Madrid), Simone (Bruxelles) e Oliver (Islington). Alberto ha ottenuto il ruolo di coordinatore per un mese un gruppo di lavoro che presenterà un nuovo modello di governance che avrà l’obiettivo di migliorare il sistema di sussidiarietà del network e di renderlo più funzionale ai bisogni dei diversi Hub e dunque più partecipativo. Proprio ciò che noi riteniamo più necessario per sostenere la mission dell’innovazione sociale e lo sviluppo sempre più accelerato del network. A questo proposito siamo stati entusiasti di sapere futuri nuovi arrivi e conoscere i fondatori di futuri Hub quali Copenhagen, Kiev e Zurigo in Europa, Los Angeles, Washington e Minneapolis nei soli States.

Soprattutto siamo entusiasti per la ricchezza delle intelligenze e delle idee e per aver conosciuto tante altre persone con il cuore dalla parte giusta e la capacità di diffondere l’innovazione sociale nel mondo.



Mostri vs alieni, ovvero banche vs imprenditori sociali

5 02 2010

(Immagine da globalamusement.org/)

Non tutti sanno che banche come la Royal Bank of Scotlad o la Lloyds sono di proprietà del Governo. Durante la “Social Enterprise Coalition annual conference Voice10″, Caroline Mason, membro della Social Enterprise Coalition (l’organizzazione ombrello di imprese sociali inglesi, gallesi e scozzesi) e direttrice di Investing for Good (impresa sociale che finanzia progetti sociali e ambientali), ha richiamato con forza una maggiore attenzione da parte di queste banche verso le social enterprise in UK. Provocatoriamente si è così espressa:

The government owns two of the largest banks in the UK and is insuring the rest[...].  To the social sector, investment bankers are awful, evil greedy monsters rampaging through the world, causing crushing havoc and destruction as they go.
To the finance sector, the social enterprise world is inhabited by aliens, speaking a completely unintelligible language, with utterly unrecognisable and strange ways of doing things, and frankly the complete inability to know one end of a spreadsheet from another”
.
(Fonte: socialenterpriselive.com)

Insomma una impasse che potrebbe risolversi solo con la nascita – afferma Caroline – di imprese sociali quali intermediari finanziari, proprio come la sua.
Interessanti anche gli altri interventi, dal direttore di ResPublica, Phillip Blondche al segretario generale di Cooperatives UK, Ed Mayo – che potrete approfondire e commentare qui-.

Il vuoto di strumenti, modelli e attori di social venture capital come visto è sempre attuale e non appartiene solo all’imprenditoria sociale nostrana. Proprio da noi ci han provato:
- le MAG, resistendo con Mag 2 (Milano), Mag 4 Piemonte (Torino), Mag Venezia, Mag 6 Emilia Romagna (Reggio Emilia), Mag Roma,
-le Fondazioni bancarie (tema apertissimo, basti pensare agli articoli del Sole24Ore del Prof. Roberto Perotti sulla sua‘indagine sulle Fondazioni bancarie)
-la prima società italiana di Venture Capital Sociale, Oltre Venture; la prima, ma anche l’unica.

Le buone iniziative comunque non mancano, eccetto quelle consolidate come Acumen Fund e Good Capital (tra i co-fondatori di The Hub Bay Area), segnalo:
-la Social Stock Exchange tedesca

- quella londinese di Mark Campanale

Towards a Social Stock Exchange.

- la Borsa Sociale di Avanzi in Italia


Tutte al vaglio…ma per quanto ancora?
[Dario Carrera]



Film Voices vince il Kublai Award 2010

2 02 2010

“Mentre nel nord Europa è piuttosto comune trovare nei cinema il sistema di audiodescrizione per non vedenti (che prevede l’utilizzo di cuffie senza fili sincronizzate alla pellicola con un segnale digitale), in Italia questo tipo di ausili è ridotto ad alcune sporadiche seppur importanti iniziative come la rassegna cinematografica Cinema Senza Barriere a Milano” o a Trento, con ” l’unica cineteca audio presente in Italia”. Da qui parte il progetto Film Voices, curato da Ottavia Spaggiari e dal team che si è aggiudicato il Kublai Award 2010.

“…molto spesso le audiodescrizioni non sono ottimali, poichè il non vedente non viene coinvolto nella loro realizzazione. Il mio progetto prevede una sinergia tra persone vedenti e non vedenti per l’elaborazione di audiodescrizioni efficaci che possano restituire il senso dell’immagine. Il cinema stesso dopotutto nasce dalla scrittura.
Una buona sceneggiatura permette al regista la propria visione della storia, così come una buona audiodescrizione permetterà allo spettatore non vedente, una propria visione delle immagini” (via Kublai).
Per approfondire eccovi il documento di descrizione del progetto: FilmVoices.pdf

Noi ci eravamo, ed abbiamo dato il nostro contributo nella sessione”Contenuti e contenitori”sul tema degli spazi per la creatività – in collaborazione col progetto Visioni Urbane della Regione Basilicata, intervistati da Tito Bianchi e Rossella Tarantino ed in compagnia di Alberto Masetti-Zannini dall’Hub di Milano , invitato come giurato per la premiazione.

Con Alberto abbiamo condiviso la mancata presenza degli attori capaci di far decollare questi progetti, renderli “bancabili”, sostenibli nel tempo, soprattutto finanziariamente.

Alcune idee vincenti ci sono, le competenze anche.
Manca ancora una leva finanziaria coraggiosa, che riesca a comprendere che il futuro – anche per loro – è già arrivato, e passa da queste iniziative.
Il rischio è aspettare di importare – come spesso accade – modelli e strumenti senza contestualizzarli adeguatamente o limitarsi a iniziative di filantropia per un’innovazione sociale che di social venture capital, business angels e intermediari finanziari ad hoc, deve ancora sentirne parlare…almeno in Italia.

[Dario Carrera]


UK: l’ethical consumerism triplicato in 10 anni

25 01 2010

Il rapporto annuale della Co-operative Bank sull’ethical consumerism, misura la spesa relativa a prodotti etici in UK, in particolare relativi al fair trade.
Vincenzo Comito riprende su Finasol.it un articolo del The Guardian, del 30 Dicembre scorso di Rebecca Smithers, analizzandone i dati salienti.

- L’ethical consumerism è triplicato nell’ultimo decennio in UK, mentre quella generale dei consumi del paese è aumentata nel periodo del 58%.
- La spesa per i prodotti etici si collocava in totale ad un livello di 13,5 miliardi di sterline nel 1999 ed è cresciuta sino a 36 miliardi dieci anni dopo.

- La spesa media per ogni famiglia è così aumentata nel periodo da 241 a 735 sterline ed oggi, secondo la ricerca, un adulto su due del paese afferma di aver fatto almeno un acquisto di prodotti etici nel 2008.

La ricerca sottolinea peraltro come la quota dei consumi etici su quelli totali  del paese – pari nel 2008 a 891 miliardi di sterline – rappresenti ancora una percentuale molto ridotta, anche se in rilevante crescita nel tempo.
La spesa per prodotti fair trade era stata pari a 22 milioni di sterline nel 1999 ed è cresciuta sino a 635 milioni dieci anni dopo – quindi con una dinamica di incremento molto superiore a quella generale dei prodotti etici – mentre le previsioni per il 2010 parlano di una cifra che dovrebbe collocarsi intorno ad 1 miliardo di sterline.
Con queste cifre la Gran Bretagna si tende indubbiamente a collocare tra i paesi di punta per lo sviluppo del fenomeno.

Da segnalare che la Co-operative Bank è stata la prima organizzazione a sostenere il concetto di commercio equo e solidale 15 anni fa in Gran Bretagna, cominciando già allora ad inserire i  prodotti del settore nella sua rete di supermercati. Nell’ambito dei prodotti etici hanno avuto nel periodo una forte crescita nel paese in particolare anche le vendite dei prodotti “verdi” per la casa.

[via Finasol.it]

[Dario Carrera]


Pausa al concept bar

21 01 2010

Tutti quanti conosciamo, almeno approssimativamente, la pratica del Fair Trade, in Italia meglio nota come Commercio Equo e Solidale, esperienza nata a cavallo degli anni 70 e cresciuta sensibilmente a partire dagli anni 90. Come saprete, il fair trade ha l’obiettivo di stabilire una ripartizione più equa tra i diversi soggetti che compongono la filiera produttiva di alcuni prodotti alimentari quali caffè, tè, zucchero e cioccolato per citare i più conosciuti e diffusi, garantendo in particolare condizioni migliori per i produttori agricoli del sud del mondo che stanno alle origini della catena.

Il giusto compenso ai coltivatori e agli allevatori è diventato un problema che ha ormai travalicato i confini del sud del mondo e le tipiche produzioni già citate, per investire anche prodotti quali cereali e latte delle nostre latitudini, come dimostra anche il recente intervento di Mister Prezzi (il che è tutto dire) riguardo i prezzi al mercato stabiliti dai nostri più famosi pastifici. Se i produttori del sud del mondo devono fare i conti con condizioni di vita molto più difficili, con una grave difficoltà di penetrazione sul mercato, con un rischio di mortalità d’impresa elevato, una ripartizione dei prezzi così sbilanciata determina il comune problema degli investimenti atti a preservare maggiormente l’ambiente e all’innovazione di processo e prodotto che determinano maggiore qualità e sicurezza per i consumatori.

Le sfide per la sostenibilità ambientale e la sicurezza alimentare non possono essere perse. Il fair trade nella maggior parte dei casi consente ai produttori di migliorare questi parametri grazie all’adozione di varietà pregiate, monoculture e tecniche bio. Il caffè fair trade è ancora una realtà di nicchia: 1% del mercato Usa, 2% di quello inglese, in Italia una stima ragionevole è quella del 2-3%. Ma non c’è solo la produzione e la distribuzione al dettaglio. Al bar una tazzina di caffè costa circa 0,084 € (1 Kg di caffè all’ingrosso costa ca 12 €), pertanto il margine del produttore del sud del mondo resta comunque basso anche se affiliato al circuito fair trade.

Per questo l’ong Oxfam ha lanciato la catena di bar Progreso nella quale si vendono prodotti equo e solidali e si aggiunge una piccola maggiorazione a tazza che viene devoluta alla Fair Trade Foundation per sostenere i piccoli produttori. I primi due bar sono a Londra, a Covent Garden e Portobello Road e vi sono possono trovare diversi prodotti realizzati con materie prime provenienti dal circuito Fair Trade quali i muffin.

Anche in Italia vi sono esperienze di distribuzione di prodotti fair nei bar (spesso nelle botteghe del mondo e librerie con angolo bar, nei bar universitari, ecc.) o catene di bio bar, tuttavia manca ancora la  vera e proprio catena di concept bar basata sui principi del Fair Trade. Pensiamoci magari durante la prossima pausa caffè e proponiamo al bar di fiducia di utilizzare almeno il caffè giusto.